Copenaghen, la nuova metà del conferimento rifiuti

In Italia stiamo procedendo molto lentamente con l’implementazione dei principi dell’economia circolare: sono stati appena recepite le direttive del Circular Economy Package ed è stato appena rilasciato il Regolamento end of waste su carta e cartone. Altri Paesi, tuttavia hanno scelto strade diverse

Danimarca e termovalorizzatori: un rapporto che si sta incrinando

E’ il caso della Danimarca, che ha sviluppato un tessuto impiantistico per la valorizzazione dei rifiuti basato sulla termovalorizzazione, dove la sicurezza energetica della Capitale, Copenaghen, dipende molto dai 23 inceneritori sparsi per il Paese. Oltre ad essere sotto accusa per l’impatto sulle emissioni di gas serra, il modello è ora in sofferenza per l’assenza di materia prima, ovvero di rifiuti, da bruciare.

La Danimarca rappresenta il Paese fra quelli della Comunità che valorizzazione maggiormente in Europa, ed in particolare, la capacità volumetrica è pari a 3,8 milioni di tonnellate di rifiuti annue. Ma

Tuttavia, anche in coincidenza della flessione nella produzione dovuta al periodo di emergenza sanitaria, è calata l’entità del combustibile, per cui la Danimarca ha dovuto importare circa un 1milione di tonnellate di rifiuti nel 2018, provenienti principalmente dal Regno Unito e dalla Germania, ed è sempre alla ricerca di nuovi “rifornimenti”, per produrre calore o elettricità.

Lasciamo da parte le questioni di approvvigionamenti e soffermiamoci su quelle ambientali. Dalle nostre parti l’economia dei rifiuti è stata storicamente sviluppata sulla raccolta separata a monte e succesiva valorizzazione. Ma come materia.

Nel paese nordico si è scelto un altro modello, che, tuttavia, si deve ora scontrare con la volontà di ridurre le proprie emissioni di gas serra del 70% rispetto ai livelli del 1990 nel prossimo decennio in base a una legge sul clima adottata lo scorso anno.

Di conseguenza, si rende necessario adottare, in tema di gestione dei rifiuti, un’altra strategia, che impone la riduzione della capacità di incenerimento rilevante, pari al 30% nel prossimo decennio, con la conseguenza di chiudere ben sette inceneritori[1].

Se da un lato si evitano le emissioni di gasclimalteranti (come metano, sostanze chimiche e tossiche, percolato, ecc..), laddove si ricorra alle discariche, dall’altro il prezzo da pagare per la termovalorizzazione, in assenza di tecnologie estremamente sicuri e performanti, in grado di abbattere il contenuto dei fumi originati dalla combustione dei rifiuti, è quello di originare un inquinamento atmosferico insostenibile.

[1] L’accordo include anche piani per introdurre un sistema di riciclaggio con 10 diversi tipi di rifiuti (vetro, carta, tessuti, ecc.).