Il termovalorizzatore è il male maggiore?

Uno studio sulle modalità di trattamento dei rifiuti (fonte: RRF 1993 1998, Corepla, istituto per l’Ambiente) che ha portato a confronto alcune nazioni europee ha evidenziato alcuni aspetti molto interessanti. Nel 1998 l’Italia era la nazione europea con il più alto tasso di discariche sul territorio al pari del Regno Unito, mentre la Danimarca, l’Olanda e la Svizzera si ponevano all’ultimo posto. La Campania contribuiva in massima parte avendo un tasso di quasi il 100% di discariche sul territorio (il 100% dei rifiuti prodotti venivano conferiti in discarica) contrastato da una piccola percentuale di raccolta differenziata. Dal 1998 per fortuna qualcosa è cambiato, l’attuazione del piano dei rifiuti prevede che per il 2005, in Campania ci sia un tasso di utilizzo delle discariche di circa il 20 % (lo stesso valore della Danimarca), un recupero energetico che arriva al 30 %, il 20 % dei rifiuti prodotti andrà al compostaggio e il 30 % alla raccolta differenziata. Alla luce di questi dati si trova giustificazione al fatto che gli impianti di termovalorizzazzione siano molto sviluppati in zone più sensibili alle tematiche ambientali: Olanda, Danimarca e Svizzera.
Per capire meglio le problematiche del conferimento in discarica facciamo un po’ di conti: per ogni tonnellata di rifiuti smaltita in discarica si producono 690 kg di CO2 equivalente (che è un gas serra ma presente nell’aria), se questi rifiuti li avessimo bruciati in un termovalorizzatore avremmo prodotto comunque una certa quantità di CO2 ma avremmo evitato di bruciare altri combustibili (vedi petrolio o il più pericoloso carbone) e si calcola una riduzione complessiva di CO2 pari a 1240 kg. Da ricordare che il protocollo di Kyoto prevede la riduzione delle emissioni dei gas serra.
Uno dei principali vantaggi della termovalorizzazione è che si ha una maggiore chiarezza e trasparenza sia nella gestione del loro funzionamento sia in termini di sicurezza, avendosi la possibilità di fissare i processi e di monitorarli costantemente, cosa che in una discarica è praticamente impossibile.
Prima dell’entrata in vigore del Decreto Ronchi (22/97) la legge non favoriva la produzione energetica da enti che non fossero l’ENEL di proprietà dello stato, questo per non creare concorrenze e quindi sfavorire lo stato stesso. Con la 22/97 si è avuta invece una incentivazione da parte dello stato alla produzione energetica, tanto che lo stato si impegna all’acquisto della energia a prezzi molto conveniente per chi la produce.
Sul nostro territorio è stata applicata una parte del piano dei rifiuti e cioè la produzione di RDF (refuse derived fuel) o come da noi viene detto di CDR. Gli impianti della Campania sono molto efficienti nella produzione di combustibile da rifiuti infatti riescono ad avere efficienze del 30-40 % contro una media nazionale del 25 %. La produzione di combustibile prevedere la termovalorizzazione dello stesso ma questa seconda fase, prevista con la realizzazione dei termovalorizzatori di Acerra e di S.M. La Fossa, non è ancora attivata. Tale anomalia porta ad un problema di accumulo delle famose ecoballe che devono essere ammucchiate in aree più o meno sorvegliate.
Chi definisce i termovalorizzatori delle bombe ecologiche (definizione impropria e lo metteremo in luce in prossimi articoli) come definirebbe un accumulo di migliaia di ecoballe altamente infiammabili e poco sorvegliate in zone densamente abitate dove qualsiasi squilibrato può innescare un incendio? C’è da dire che se uno di questi depositi, che altro non è che una discarica sviluppata verso l’alto, bruciasse, per lo spegnimento dell’incendio non si potrebbe utilizzare assolutamente acqua perché si creerebbe un vero disastro ambientale.
E’ inevitabile quindi che il ciclo integrato dei rifiuti in Campania preveda una fase di termovalorizzazzione, quanto prima si riesce a realizzarla prima si risolveranno i problemi attuali in tema dei rifiuti.