Il cinquantenario del disastro industriale di Seveso stimola una riflessione sui presidi di conformità e sicurezza operativi lungo l’intero perimetro del trattamento e recupero dei rifiuti. Le dichiarazioni e le analisi tecniche illustrate da Stefano Sassone, Responsabile dell’Area Tecnica e Politiche Ambientali di Cisambiente Confindustria, e riprese su Il Sole 24 Ore in occasione del convegno promosso a RemTech Expo, mettono a fuoco la complessità della termodinamica di impianto, la vulnerabilità degli stoccaggi e la criticità dei flussi in ingresso. L’evoluzione delle prescrizioni europee sulle migliori tecniche disponibili e sui microinquinanti persistenti richiede l’integrazione di bilanci di massa analitici e protocolli rigorosi di controllo preventivo per salvaguardare le matrici ambientali e tutelare la trasparenza industriale.
Inquadramento del fenomeno emissivo e i nodi critici dell’impiantistica
A mezzo secolo dal drammatico evento che nel 1976 portò alla nascita della disciplina europea sui rischi di incidenti rilevanti, la filiera della gestione dei rifiuti si confronta con l’esigenza di prevenire la dispersione colposa o accidentale di policlorodibenzo-diossine (PCDD) e policlorodibenzofurani (PCDF). Tali composti non costituiscono prodotti voluti né molecole sintetizzate deliberatamente dalle attività antropiche, bensì sottoprodotti indesiderati originati da reazioni termochimiche ad elevata temperatura che avvengono in presenza simultanea di cloro e matrici organiche.
Come evidenziato nell’approfondimento pubblicato su “Il Sole 24 Ore” a firma di Celestina Dominelli, basato sulla relazione tecnica e sulle valutazioni svolte da Stefano Sassone, il rischio associato a questi contaminanti non presenta una distribuzione casuale o omogenea all’interno della catena del valore, ma si concentra in snodi impiantistici ben precisi.
| Snodo di processo | Fenomeno chimico-fisico | Rischio primario e vettore | Misura di contenimento e BAT |
| Termovalorizzazione (forni) | Combustione primaria oltre 850 °C / 1.100 °C | Distruzione termica dei precursori | 2 secondi di residenza gas ed elevata turbolenza |
| Caldaie di recupero termico | Sintesi de novo nella finestra 200 °C – 450 °C | Ricombinazione carbonio, cloro e catalisi da rame | Raffreddamento rapido fumi e iniezione carboni attivi |
| Stoccaggi, TMB e secco | Incendi accidentali e pirolisi superficiale | Combustione in difetto d’aria con picchi su PM10/PM2.5 | Layout a comparti, limiti altezza cumuli, estinzione |
| Abbattimento e depurazione | Filtrazione a tessuto e reattori catalitici | Trasferimento di fase: concentrazione in ceneri e polveri | Limiti Low-POP (5 µg TEQ/kg) e confinamento geologico |
Nei termovalorizzatori a griglia mobile moderni, la regola aurea dei due secondi di tempo di permanenza a temperature non inferiori a 850 °C (elevate a 1.100 °C in presenza di carichi contenenti oltre l’1% di sostanze organiche alogenate espresse come cloro) assicura l’ossidazione termica primaria delle catene molecolari. Tuttavia, come spiegato in dettaglio da Stefano Sassone, la vera frontiera ingegneristica si sposta lungo la caldaia di recupero termico, nell’intervallo critico compreso tra i 200 °C e i 450 °C.
È in questa fase di raffreddamento che le ceneri volanti e i metalli pesanti (in primo luogo il rame) agiscono da catalizzatori eterogenei innescando la cosiddetta sintesi de novo, combinando carbonio macromolecolare incombusto, ossigeno e cloro inorganico o organico.
Governare termodinamicamente questo gradiente termico mediante rampe di raffreddamento ripide (quenching) e iniezione di carboni attivi a monte di filtri a manica condotti sotto i 140-160 °C costituisce il presupposto fondamentale per prevenire la formazione prima ancora di doverla abbattere al camino.
Gli incendi negli stoccaggi e la gestione dei bilanci di massa
Una dinamica differente, ampiamente documentata da Stefano Sassone durante i lavori congressuali e nell’intervento sulla stampa economica, riguarda gli impianti di selezione, i centri di trattamento meccanico-biologico (TMB/TMA) e le piattaforme logistiche di stoccaggio autorizzato (operazioni R13 e D15) o deposito temporaneo, in cui si accumulano frazioni secche quali plastiche miste, CSS, pneumatici fuori uso (PFU) e scarti da cartiera (pulper). In questi contesti, il pericolo diossine non scaturisce dall’ordinaria gestione del rifiuto, bensì dal verificarsi di incendi accidentali. L’assenza delle tre “T” della combustione controllata (Temperatura, Tempo di residenza, Turbolenza) e la carenza di ossigeno comburente generano combustioni smorzate e fenomeni di pirolisi superficiale o covone. Tali condizioni favoriscono l’emissione massiva di picchi incontrollati di diossine e furani che si legano strettamente alle polveri sottili (PM10 e PM2.5), ricadendo al suolo e contaminando le matrici circostanti in assenza di presidi di contenimento aerodisperso. Ne deriva la necessità inderogabile di adottare layout compartimentati, barriere tagliafuoco, limitazioni geometriche nell’altezza delle andane e sistemi avanzati di monitoraggio termografico e spegnimento tempestivo.
Altrettanto determinante risulta il presidio delle matrici merceologiche conferite. L’inquinamento può penetrare a monte per effetto dell’accettazione di materiali contaminati da sostanze alogenate. Come evidenziato da Stefano Sassone sulle colonne del giornale:
«Legni trattati storicamente con pentaclorofenolo, scarti da demolizione industriale contaminati da vecchi oli con policlorobifenili, Raee con ritardanti di fiamma bromurati (che aprono la strada alle temibili diossine bromurate), fino a fanghi e percolati. Senza bilanci di massa analitici in accettazione, la contaminazione compromette l’intero ciclo di recupero».
Il bilancio di massa teorizzato da Stefano Sassone impone il confronto analitico continuo tra i flussi ponderali in ingresso (tonnellate di rifiuto) e la concentrazione specifica di cloro totale, alogeni organici estraibili o totali (EOX/AOX), bromo e PCB. L’impresa deve operare su tre livelli operativi ben precisi: caratterizzazione di base preventiva e omologa vincolante a cura del produttore; campionamento di controllo e verifica analitica al conferimento; modellazione e blending controllato dei flussi per mantenere il tenore di alogeni complessivi costantemente al di sotto delle soglie critiche di accettabilità (tra lo 0,5% e l’1%).
La gestione finale si coordina con i vincoli della Direttiva IED, delle BAT Conclusions (che impongono limiti emissivi fino a 0,01-0,06 ng I-TEQ/Nm³) e del Regolamento POPs (UE) 2019/1021. Come rammentato da Stefano Sassone, i sistemi filtranti non distruggono fisicamente le diossine, ma le trasferiscono dalla fase aeriforme a quella solida: ceneri volanti e polveri di depurazione fumi (codice EER 19 01 07*) che presentino concentrazioni superiori alla soglia Low-POP di 5 µg TEQ/kg non possono essere assolutamente avviate a recupero o discarica convenzionale, bensì devono obbligatoriamente subire processi termici di distruzione irreversibile o il confinamento definitivo in formazioni geologiche profonde e protette.
La sintesi associativa e l’intervento del Direttore Generale Lucia Leonessi
A completamento del quadro tecnico tracciato da Stefano Sassone, la definizione delle linee d’azione associative sono state tirate a sintesi dall’intervento del Direttore Generale di Cisambiente Confindustria, Lucia Leonessi.
Leonessi ha rimarcato come la ricorrenza del cinquantenario di Seveso non rappresenti una semplice commemorazione storica, bensì il punto di partenza per una rigorosa disamina della situazione impiantistica nazionale: la tragedia del 1976 ha tracciato uno spartiacque decisivo nell’evoluzione normativa europea e nella cultura della sicurezza industriale.
Dopo il ciclo di approfondimenti avviato nel corso dell’estate, Cisambiente ha portato il tema a RemTech Expo per delineare con pragmatismo ciò che è stato realizzato e ciò che ancora occorre compiere. L’obiettivo strategico dell’Associazione risiede nella tutela della competitività trasparente, nel consolidamento della responsabilità sociale e nella promozione di investimenti tecnologici all’avanguardia capaci di prevenire sul nascere qualsiasi incidente operativo e scongiurare nuove emergenze ambientali a carico del territorio.