Il settore tessile e dell’abbigliamento si trova dinanzi a una svolta epocale guidata dall’entrata in vigore del Regolamento Ecodesign (ESPR), dalla revisione della Direttiva Quadro Rifiuti e dall’attivazione dei regimi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR). Nel corso del panel “Textiles at the Crossroads of Design, Traceability and Responsibility”, svoltosi a Villa Altieri a Roma nell’ambito dell’evento “Intelligenza circolare 2026”, Stefano Sassone, Responsabile dell’Area Tecnica di Cisambiente Confindustria e membro effettivo del Comitato Nazionale dell’Albo Gestori Ambientali, ha illustrato le sfide operative, tecnologiche e di mercato che attendono l’industria italiana del riciclo e della gestione a valle del post-consumo.
Il calendario delle scadenze e la voce dell’industria del fine vita
Il confronto istituzionale, moderato da Vittoria Moccagatta, ha visto la partecipazione di Laura D’Aprile (Capo Dipartimento DiTEI del MASE), Antonio Delre (Project Officer JRC della Commissione Europea) e Martin Charter (Direttore di The Centre for Sustainable Design presso la University for the Creative Arts). Il dibattito ha affrontato il fitto calendario normativo europeo che investe la filiera della moda e del recupero: dal divieto di distruzione dell’invenduto già operativo ex Regolamento (UE) 2024/1781 (ESPR), al recepimento della Direttiva (UE) 2025/1892 sui rifiuti entro giugno 2027, fino all’emanazione dell’atto delegato ESPR sul tessile, all’entrata in vigore del sistema EPR nazionale nell’aprile 2028 e alla successiva introduzione del Passaporto Digitale del Prodotto (DPP).
Nel suo intervento, Stefano Sassone ha delineato con rigore il perimetro di rappresentanza di Cisambiente Confindustria, chiarendo che l’associazione siede al tavolo per portare le istanze e le esigenze strutturali dell’industria del fine vita:
«La sovrapposizione di scadenze non lascia margini di improvvisazione. Il divieto di distruzione dell’invenduto non è una mera prescrizione formale, ma un blocco a monte che impedisce alle case di moda di smaltire le rimanenze e i resi dell’e-commerce: enormi quantitativi di materiale spingono per essere reimmessi nel circuito o gestiti, mettendo a nudo l’assenza di filiere pronte ad assorbirli senza intasare il recupero. Cisambiente Confindustria non siede al tavolo per rappresentare i marchi di moda o i confezionisti, ma l’industria a valle: le aziende della raccolta differenziata, gli impianti di selezione, i riciclatori meccanici e chimici e, per la frazione non valorizzabile, i gestori del recupero energetico e dello smaltimento. A subire l’impatto immediato della pressione regolatoria sono proprio gli operatori a valle, costretti a gestire la fine del ciclo senza disporre ancora della leva economica dell’EPR a regime».
La composizione dei flussi post-consumo e le criticità del settore
Sotto il profilo operativo, l’analisi di Stefano Sassone ha messo in luce la crisi che sta attraversando la filiera della raccolta stradale dei rifiuti tessili (codici EER 20 01 10 ed EER 20 01 11), istituita obbligatoriamente dal D.Lgs. 116/2020. L’impatto dell’Ultra Fast Fashion ha provocato una crescita vertiginosa dei volumi raccolti a fronte di un crollo verticale della qualità merceologica: la frazione tessile pura o mista rappresenta oggi circa il 77,5% del rifiuto raccolto, mentre il restante 22,5% è costituito da polimeri non tessili (gomma, suole, plastica all’11%), articoli di pelletteria (6%), accessori metallici e finissaggi complessi (5,5%).
Il modello tradizionale di gestione – storicamente basato sull’esportazione e sul riuso per il 40-50% e sulla stracciatura per il 40% – è giunto a saturazione. I mercati esteri non assorbono più scarti mascherati da usato, mentre gli impianti di cernita nazionali sono intasati da capi in blend sintetici inseparabili (cotone-poliestere con elastan). A questa dinamica si aggiunge la concorrenza asimmetrica originata da Paesi dell’Unione Europea (come Francia e Paesi Bassi) in cui i sistemi EPR già operativi finanziano l’esportazione dei propri rifiuti verso il mercato italiano.
Dalla manodopera al capitale intensivo: l’innovazione tecnologica e il caso IGERS
Nel secondo giro di interventi, incentrato sulla metamorfosi del modello di business, Stefano Sassone ha spiegato come la percezione dell’EPR debba evolvere da semplice “sovrattassa a valle” a “costo evitato” grazie all’ecomodulazione dei contributi ambientali, soffermandosi sulla trasformazione industriale che sta investendo il recupero:
«I produttori continuano in larga misura a percepire l’EPR come una semplice sovrattassa ecologica da sommare al cartellino del capo. Non vi è ancora la piena consapevolezza che l’ecodesign sia in realtà un costo evitato: un capo monomaterico e privo di inserti complessi pagherà contributi inferiori e alimenterà feedstock secondari ad alto valore. Dagli anni Cinquanta fino a tempi recenti, con l’esperienza storica dei distretti di Prato e della Campania, il recupero tessile era un’attività artigianale ad altissima intensità di manodopera, basata su selezione visiva e manuale di fibre naturali. Di fronte a oltre 150 mila tonnellate annue di rifiuti complessi, dominati da microfibre e blend sintetici, la mano dell’uomo non basta più: il settore sta compiendo la transizione verso il capitale intensivo, investendo in impianti automatizzati di processo e sensoristica avanzata».
A dimostrazione di questo cambio di paradigma, Sassone ha illustrato l’esperienza dell’impianto industriale IGERS, quale esempio di bio-raffineria meccanica ad elevata tecnologia. L’impianto integra spettroscopia nel vicino infrarosso (NIR) per il riconoscimento istantaneo della firma spettrale delle fibre, telecamere iperspettrali combinate con intelligenza artificiale per lo smistamento ad altissima velocità mediante getti d’aria o bracci robotici (con purezze superiori al 95-98%), e linee meccaniche di delaminazione continua per l’estrazione automatizzata di cerniere, bottoni e accessori plastico-metallici.
Questa evoluzione ha ridefinito il modello di business a valle: il riciclatore cessa di commercializzare “pezzami” a peso per collocare sul mercato Materie Prime Seconde Tessili (MPST) certificate e standardizzate per tenacità e titolo, attivando una simbiosi industriale chiusa (fiber-to-fiber) che assicura l’approvvigionamento dei distretti tessili e affranca il sistema produttivo dalla dipendenza dalle importazioni di materie vergini.
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